Una volta il parto era considerato un “affare di donne”

Tra cenni storici, evidenze scientifiche e riflessioni
a cura di Michel Odent
Nelle società che hanno preceduto lo sviluppo della scrittura e dell’agricoltura, le donne, come molti mammiferi, si isolavano per partorire e di solito, la madre, una zia o un’altra donna esperta del vicinato si trovava nei paraggi, per proteggere il luogo della nascita dall’intrusione di uomini e animali. Siamo forse alle origini della figura della levatrice.
In seguito, nel corso dei millenni, la nascita divenne con gradualità un evento sociale. La levatrice si trasformò sempre più spesso in una guida che interferiva con il linguaggio, in grado di trasmettere credenze e rituali, utilizzando una grande diversità di procedure, incluse manovre invasive come la dilatazione manuale della cervice, la compressione dell’addome, o l’utilizzo di erbe tradizionali.
Un passaggio importante nella socializzazione della nascita avvenne quando le donne iniziarono a partorire nel luogo dove erano solite trascorrere la loro vita quotidiana: il parto in casa è un’esperienza relativamente recente nella storia.
Le donne continuarono fino alla metà del ventesimo secolo a dare alla luce i propri figli in un ambiente in cui predominava la presenza femminile, persino nel caso di una nascita in ospedale. “L’ostetrica che lavorava a maglia” era la persona cardine del reparto maternità.
doula casamamma centro maternità parto in casa

È rilevante il fatto che, sebbene la nascita fosse ormai socializzata da migliaia di anni, le donne abbiano sempre voluto proteggere il luogo del parto dalla presenza degli uomini, soprattutto medici, la cui influenza era discreta e indiretta, su richiesta della levatrice o in caso di necessità.
Fu subito dopo la metà del ventesimo secolo che l’atmosfera iniziò a “mascolinizzarsi”. Il numero di dottori specializzati in ginecologia aumentò alla velocità della luce, ed erano quasi tutti uomini. In seguito, durante la seconda metà del secolo, altri specialisti vennero introdotti nel contesto della nascita, come i neonatologi e gli anestesisti.
Verso il 1970 accadde che di tanto in tanto qualche donna iniziasse a chiedere la partecipazione del padre al parto e la sua presenza divenne in pochi anni una “regola” indiscussa.
Nel contempo, sofisticate apparecchiature elettroniche invasero la sala travaglio: l’alta tecnologia è un simbolo maschile.
L’indifferenza nei confronti della graduale mascolinizzazione dell’ambiente del parto era tale che non vi fu alcuna seria discussione quando le scuole di ostetricia iniziarono ad accettare anche studenti maschi. Ma c’è di più, perché secondo i criteri selettivi adottati in molte scuole, in alcuni Paesi un giovane uomo con un buon bagaglio scientifico aveva maggiori possibilità di essere selezionato rispetto a una donna madre di tre figli. Esiste una quantità infinita di storie di donne che hanno partorito (o, piuttosto, che sono state fatte partorire) sotto il controllo di un’apparecchiatura elettronica, alla presenza del padre del bambino, con un’ostetrico uomo e un ginecologo uomo. La quasi totale mascolinizzazione della nascita era stata raggiunta.
Possiamo ritenere che questa mascolinizzazione del contesto nascita sia il motivo principale per cui oggi, a livello planetario, il numero di donne che danno alla luce il bambino e la placenta solo grazie al rilascio di ormoni naturali sia prossimo a zero? Possiamo confidare nella doula esperta quando sostiene che l’ossitocina, l’”ormone timido”, diventa ancor più timido quando l’ambiente è soprattutto maschile anziché femminile?
Personalmente sono convinto che il miglior contesto possibile per un parto facile, anche per molte donne moderne, sia quando la donna si sente al sicuro, non osservata e nessuno è presente tranne un’ostetrica o doula esperta e silenziosa, percepita come figura materna.
Se i teorici degli anni Settanta avessero capito quanto può essere contagioso il rilascio di adrenalina, e se avessero previsto che un uomo che ama la propria moglie può rilasciare gli ormoni dello stress nel momento sbagliato, sarebbero stati più cauti prima di affermare la necessità di una partecipazione abituale del padre al parto.
Se i ginecologi avessero immaginato che l’utilizzo continuo del monitoraggio fetale con apparecchiature elettroniche poteva essere percepito dalle donne in travaglio come un modo per osservare le funzioni del loro corpo, fungendo così da stimolo neocorticale, avrebbero previsto i risultati di molti studi randomizzati che indicano come l’unico effetto costante e significativo di queste nuove invenzioni sia quello di accrescere i tassi dei tagli cesarei.
Infine, tutti gli aspetti della mascolinizzazione dell’ambiente del parto sono una diretta conseguenza della profonda ignoranza dei processi fisiologici.
La priorità è quella di riscoprire i bisogni fondamentali delle partorienti e dei nascituri. Finché non sarà disponibile un nuovo modello culturale, dobbiamo fare assegnamento su semplici concetti di fisiologia, in particolare quello relativo all’antagonismo fra adrenalina e ossitocina, e alle inibizioni neocorticali.
La de-mascolinizzazione della nascita non dovrebbe essere l’obiettivo primario, bensì la conseguenza di una migliore comprensione dei processi fisiologici durante il periodo perinatale.

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